"La percezione è un mistero in continuo divenire"

in conversazione con Larry Fink

 
 
 

Dopo la sfilata Primavera/Estate 2018, ci siamo seduti con il leggendario fotografo americano per parlare di empatia, del suo modo di tradurre le esperienze in immagini e della sua collaborazione con Jil Sander.

Uno degli aspetti più affascinanti di te è che, mentre scatti, sembri entrare in un’altra dimensione, un tuo personale universo sensuale. Sei d’accordo?

È una domanda fantastica perché in realtà ciò che cerco di fare è entrare nel mondo della persona che ho di fronte - attraverso i suoi gesti, attraverso il suo viso e attraverso tutto ciò che definisce un essere umano. Ma per riuscirci, per arrivare ad avere una percezione che raggiunga un tale livello di empatia, è necessario aprirsi alla persona, all’evento nel suo complesso, interiorizzando tutto il più possibile. Per me, l'empatia consiste nell'immedesimarsi con l'altro, nell’attingere a quel senso comune di umanità che unisce tutte le persone. Non mi interessa la compassione, non mi interessa essere un outsider. La tua domanda apre un interessante discorso sulla contraddizione, perché hai detto che sembro assorbito dal mio mondo, e questo è assolutamente vero. Però solamente guardando dentro, interiorizzando, si può effettivamente percepire il mondo esterno per come lo vede l'altro.

CIÒ CHE CERCO DI FARE È ENTRARE NEL MONDO DELLA PERSONA CHE HO DI FRONTE - ATTRAVERSO I SUOI GESTI, ATTRAVERSO IL SUO VISO E ATTRAVERSO TUTTO CIÒ CHE DEFINISCE UN ESSERE UMANO
  Larry Fink

Fin dall'inizio della tua carriera, la parola "empatia" è stata spesso usata per descriverti. Pensi che sia una qualità intrinseca della fotografia in generale o del tuo lavoro in particolare?

L'empatia non è una caratteristica imprescindibile della fotografia, fa parte di me. La fotografia si sviluppa su più livelli. Ci sono fotografi che lavorano molto sull’aspetto esteriore delle cose, e lo fanno benissimo, ma non ti permettono di immergerti nell'esperienza. Piuttosto che tradurre un momento in tutta la sua presenza fisica, l’immagine stessa diventa l'esperienza. Per me l'empatia non è tutto, mi interessa anche la forma. La forma è il linguaggio che traduce l'esperienza. A volte le foto che scatto ritraggono una semplice coda di cavallo. Dei capelli raccolti non esprimono empatia nel senso psicologico profondo del termine, ma suscitano un'empatia sensuale, come se si potessero sentire quei capelli scorrere tra le dita. C'è una foto in particolare che ho scattato per Jil Sander in cui si vede la coda di cavallo di una giovane donna e un ragazzo sullo sfondo. La presenza del ragazzo è importante perché crea un elemento di contrasto; se ci fosse solo uno spazio vuoto non si creerebbe nessuna tensione. È proprio quella tensione a rendere l'istante più personale, quella che si chiama tensione pubblica. E io sono consapevole di tutto questo.

PER ME L'EMPATIA NON È TUTTO, MI INTERESSA ANCHE LA FORMA. LA FORMA È IL LINGUAGGIO CHE TRADUCE L'ESPERIENZA

Quando scatti ti affidi sostanzialmente ai tuoi sensi, ma hai comunque in mente una struttura, una composizione. Come fai a trovare un equilibrio tra le due cose?

Faccio foto da oltre 60 anni e per forza di cose mi sono trovato a ripetermi più e più volte nel mio lavoro, senza però ridurmi mai a una copia di me stesso. Come riesco allora a mantenere intatto quel bisogno di tradurre l'esperienza in immagini in modi sempre nuovi, veri, pieni di vita? La cosa davvero difficile è essere in totale sintonia con la sensualità e l'emozione dell’attimo. Cercare di capire cosa significa essere vivi, essere umani, e percepire realmente la persona che hai di fronte. Un'altra foto che abbiamo pubblicato con Jil ritrae un pezzo di stoffa che ricorda un ovale, esteticamente molto bello. Mi è venuto in mente che poteva avere una simbologia religiosa - mi ricordava l'abito di una suora. Questa osservazione è un pensiero che ha seguito l’immediata percezione. L’ho scattata più volte, provavo a ritrarre quella forma in un modo che per me fosse vivo. Poi, d’un tratto, ha assunto quello strano aspetto religioso e non sono più riuscito a levarmelo dalla testa. Il fatto è che la percezione è un mistero in continuo divenire.

Pensi che il bisogno di svelare quel mistero faccia parte di te? Credi che sia la tua particolare sensibilità a permetterti di percepire le cose in questo modo? Beh, potrà sembrare che mi dia delle arie, ma... [ride]

Vuoi sapere come la penso?

Certo.

Ritengo che alcune persone siano dotate di una sensibilità speciale mentre altre no. Sei d'accordo?

Sì, ma le persone si possono sempre incoraggiare, ad esempio attraverso l'insegnamento, a vivere una vita che non si accontenti di essere ordinaria. Questo non vuol dire che faranno grandi foto, dipinti o altro... Io ad esempio sono uno scrittore mediocre, ma faccio quello che posso per migliorare.

In realtà mi permetto di dissentire, il tuo modo di scrivere è molto poetico.

Quest'estate ho riletto alcune cose che ho scritto e non mi è piaciuto quasi nulla. Quando si tratta di fotografia, so che c'è un qualcosa di innato in me e ho cercato di imparare ad esprimerlo per poterlo condividere con il resto del mondo, sempre che il resto del mondo sia interessato a vederlo. Sono più fotografo che scrittore perché parto da un insieme di idee correlate per poi unirle in un secondo momento. Non sono abbastanza disciplinato per la continuità che richiedono i romanzi, sono più portato all’essenzialità.

Questa essenzialità si adatta perfettamente a Jil Sander, da sempre sinonimo di purezza e semplicità. Quando lavori per Jil, lo fai tenendo sempre a mente la tradizione, l’estetica e la filosofia del brand? Oppure scatti mosso esclusivamente dall’istinto?

Una cosa straordinaria di questa collaborazione è che Jil Sander non mi chiede di scattare tenendo sempre in mente la filosofia del brand. Hanno piena fiducia nella mia percezione perché sanno che la mia interpretazione sarà esattamente quello che cercavano, e questo è rarissimo. Mi interessa la scaletta del programma, una ciocca di capelli, i diversi tipi di atteggiamento, le emozioni forti, la civetteria, qualsiasi cosa mi trovi davanti. Tutto questo mi interessa. Ci stiamo tutti muovendo in questa danza universale, Jil Sander, io e tutto il resto.

Cosa hai provato nello scattare le foto del backstage dopo quasi dieci anni? Lavorare nella moda è proprio come te lo ricordavi?

Quando sono a casa, negli Stati Uniti, non mi interesso molto di moda. Però devo riconoscere che mi sono divertito molto a lavorare nel backstage della sfilata di Jil Sander! Ci sono un paio di cose che ho trovato davvero eccezionali: il macramè, che mi ha ricordato gli scialli di preghiera ebraici; il primo brano che accompagnava la sfilata mi ha fatto pensare ai canti dei condannati ai lavori forzati nelle ferrovie dell’America degli anni '10 e '20, mentre il brano successivo aveva qualcosa di mistico, un che di orientaleggiante. La musica esprimeva un gran numero di influssi culturali, gli stessi che si riflettevano nella collezione. Davvero sottile.

Ammiro molto la tua capacità di essere così immerso nel momento, così presente. Come fai ad andare ogni volta dritto all'essenza? Non ti sfuggono neanche i dettagli apparentemente più insignificanti. Percepisci tutto.

Non credo che riuscirei a fare altrimenti! Quando ero piccolo, a volte questa mia sensibilità era un problema perché mi faceva credere di essere pazzo... Ora so per certo di esserlo, quindi ha smesso di essere un problema! [ride] Con il tempo ho imparato a servirmi di questa mia caratteristica per guadagnarmi da vivere, anche se nei 10 anni passati a lavorare nella pubblicità ero probabilmente meno incline ad esprimere la mia sensibilità rispetto ad oggi.

E ora sei tornato su quella strada.

Ora ho ritrovato il mio spirito.